Alcune parole di Papa Leone XIV sul lavoro

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Alcune parole di Papa Leone XIV sul Lavoro

MAGGIO

 

INCONTRO CON I CARDINALI
DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AL COLLEGIO CARDINALIZIO

Sabato, 10 maggio 2025

 

Fratelli Cardinali!

[...]
Proprio sentendomi chiamato a proseguire in questa scia, ho pensato di prendere il nome di Leone XIV. Diverse sono le ragioni, però principalmente perché il Papa Leone XIII, con la storica Enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro.

[...]

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UDIENZA AL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE
DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Sala Clementina
Venerdì, 16 maggio 2025

 

Eminenza,
Eccellenze,
Signore e Signori,
la pace sia con voi!

[...]
Tramite il costante e paziente lavoro della Segreteria di Stato, intendo consolidare la conoscenza e il dialogo con voi e con i vostri Paesi, molti dei quali ho avuto già la grazia di visitare nel corso della mia vita, specialmente quando ero Priore Generale degli Agostiniani. Confido che la Divina Provvidenza mi accorderà ulteriori occasioni di incontro con le realtà dalle quali provenite, consentendomi di accogliere le opportunità che si presenteranno per confermare nella fede tanti fratelli e sorelle sparsi per il mondo e di costruire nuovi ponti con tutte le persone di buona volontà.

Nel nostro dialogo vorrei che tenessimo presente tre parole-chiave, che costituiscono i pilastri dell’azione missionaria della Chiesa e del lavoro della diplomazia della Santa Sede.

La prima parola è pace. Troppe volte la consideriamo una parola “negativa”, ossia come mera assenza di guerra e di conflitto, poiché la contrapposizione è parte della natura umana e ci accompagna sempre, spingendoci troppo spesso a vivere in un costante “stato di conflitto”: in casa, al lavoro, nella società. La pace allora sembra una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti, un po’ come la brace che cova sotto la cenere, pronta a riaccendersi in ogni momento.

Nella prospettiva cristiana – come anche in quella di altre esperienze religiose – la pace è anzitutto un dono: il primo dono di Cristo: «Vi do la mia pace» (Gv 14,27). Essa è però un dono attivo, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su sé stessi. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi.

In quest’ottica, ritengo fondamentale il contributo che le religioni e il dialogo interreligioso possono svolgere per favorire contesti di pace. Ciò naturalmente esige il pieno rispetto della libertà religiosa in ogni Paese, poiché l’esperienza religiosa è una dimensione fondamentale della persona umana, tralasciando la quale è difficile, se non impossibile, compiere quella purificazione del cuore necessaria per costruire relazioni di pace.

A partire da questo lavoro, che tutti siamo chiamati a fare, si possono sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista. Ciò esige anche una sincera volontà di dialogo, animata dal desiderio di incontrarsi più che di scontrarsi. In questa prospettiva è necessario ridare respiro alla diplomazia multilaterale e a quelle istituzioni internazionali che sono state volute e pensate anzitutto per porre rimedio alle contese che potessero insorgere in seno alla Comunità internazionale. Certo, occorre anche la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte, poiché, come ricordava Papa Francesco nel suo ultimo Messaggio Urbi et Orbi, «nessuna pace è possibile senza un vero disarmo [e] l’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo» [1].

La seconda parola è giustizia. Perseguire la pace esige di praticare la giustizia. Come ho già avuto modo di accennare, ho scelto il mio nome pensando anzitutto a Leone XIII, il Papa della prima grande enciclica sociale, la Rerum novarum. Nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, la Santa Sede non può esimersi dal far sentire la propria voce dinanzi ai numerosi squilibri e alle ingiustizie che conducono, tra l’altro, a condizioni indegne di lavoro e a società sempre più frammentate e conflittuali. Occorre peraltro adoperarsi per porre rimedio alle disparità globali, che vedono opulenza e indigenza tracciare solchi profondi tra continenti, Paesi e anche all’interno di singole società.

È compito di chi ha responsabilità di governo adoperarsi per costruire società civili armoniche e pacificate. Ciò può essere fatto anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, «società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società» [2]. Inoltre, nessuno può esimersi dal favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI MEMBRI DELLA FONDAZIONE CENTESIMUS ANNUS PRO PONTIFICE

Sala Clementina
Sabato, 17 maggio 2025

 

Good morning everyone! Buongiorno!
Cari fratelli e sorelle, benvenuti!

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Già il Papa Leone XIII – vissuto in un periodo storico di epocali e dirompenti trasformazioni – aveva mirato a contribuire alla pace stimolando il dialogo sociale, tra il capitale e il lavoro, tra le tecnologie e l’intelligenza umana, tra le diverse culture politiche, tra le Nazioni. Papa Francesco ha usato il termine “policrisi” per evocare la drammaticità della congiuntura storica che stiamo vivendo, in cui convergono guerre, cambiamenti climatici, crescenti disuguaglianze, migrazioni forzate e contrastate, povertà stigmatizzata, innovazioni tecnologiche dirompenti, precarietà del lavoro e dei diritti [1]. Su questioni di tanto rilievo la Dottrina Sociale della Chiesa è chiamata a fornire chiavi interpretative che pongano in dialogo scienza e coscienza, dando così un contributo fondamentale alla conoscenza, alla speranza e alla pace.

La Dottrina Sociale, infatti, ci educa a riconoscere che più importante dei problemi, o delle risposte a essi, è il modo in cui li affrontiamo, con criteri di valutazione e principi etici e con l’apertura alla grazia di Dio.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AGLI OFFICIALI DELLA CURIA ROMANA E DIPENDENTI DELLA SANTA SEDE,
DEL GOVERNATORATO SCV E DEL VICARIATO DI ROMA

Aula Paolo VI
Sabato, 24 maggio 2025

 

Cari fratelli e sorelle!


Sono contento di poter salutare tutti voi, che formate le comunità di lavoro della Curia Romana, del Governatorato e del Vicariato di Roma.

Saluto i Capi dei Dicasteri e gli altri Superiori, i Capi Ufficio e tutti gli Officiali; come pure le Autorità della Città del Vaticano, i dirigenti e i dipendenti. E mi fa molto piacere che siano presenti anche parecchi familiari, approfittando del giorno di sabato.

Questo nostro primo incontro non è certo il momento per fare discorsi programmatici, ma piuttosto è per me l’occasione di dirvi grazie per il servizio che svolgete, questo servizio che io, per così dire, “eredito” dai miei Predecessori. Grazie davvero. Sì, come sapete, io sono arrivato solo due anni fa, quando l’amato Papa Francesco mi ha nominato Prefetto del Dicastero per i Vescovi. Allora ho lasciato la Diocesi di Chiclayo, in Perù, e sono venuto a lavorare qui. Che cambiamento! E adesso poi… Cosa posso dire? Solo quello che Simon Pietro disse a Gesù sul lago di Tiberiade: «Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene» (Gv 21,17).

I Papi passano, la Curia rimane. Questo vale in ogni Chiesa particolare, per le Curie vescovili. E vale anche per la Curia del Vescovo di Roma. La Curia è l’istituzione che custodisce e trasmette la memoria storica di una Chiesa, del ministero dei suoi Vescovi. Questo è molto importante. La memoria è un elemento essenziale in un organismo vivente. Non è solo rivolta al passato, ma nutre il presente e orienta al futuro. Senza memoria il cammino si smarrisce, perde il senso del percorso.

Ecco, carissimi, questo è il primo pensiero che vorrei condividere con voi: lavorare nella Curia Romana significa contribuire a tenere viva la memoria della Sede Apostolica, nel senso vitale che ho appena accennato, così che il ministero del Papa possa attuarsi nel migliore dei modi. E per analogia questo si può dire anche dei servizi dello Stato della Città del Vaticano.

C’è poi un altro aspetto che desidero richiamare, complementare a quello della memoria, cioè la dimensione missionaria della Chiesa, della Curia e di ogni istituzione legata al ministero petrino. Su questo ha insistito molto Papa Francesco, che, coerentemente con il progetto enunciato nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, ha riformato la Curia Romana nella prospettiva dell’evangelizzazione, con la Costituzione apostolica Praedicate Evangelium. E questo l’ha fatto ponendosi nella scia dei Predecessori, specialmente di San Paolo VI e San Giovanni Paolo II.

Come penso sappiate, l’esperienza della missione fa parte della mia vita, e non solo in quanto battezzato, come per tutti noi cristiani, ma perché come religioso agostiniano sono stato missionario in Perù, e in mezzo al popolo peruviano è maturata la mia vocazione pastorale. Non potrò mai ringraziare abbastanza il Signore per questo dono! Poi, la chiamata a servire la Chiesa qui nella Curia Romana è stata una nuova missione, che ho condiviso con voi in questi ultimi due anni. E ancora la continuo e la continuerò, finché Dio vorrà, in questo servizio che mi è stato affidato.

Perciò, ripeto a voi quello che ho detto nel mio primo saluto, la sera dell’8 maggio: «Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta ad accogliere […] con le braccia aperte a tutti, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, della nostra presenza, del dialogo e dell’amore». Queste parole erano indirizzate alla Chiesa di Roma. E ora le ripeto pensando alla missione di questa Chiesa verso tutte le Chiese e il mondo intero, di servire la comunione, l’unità, nella carità e nella verità. Il Signore ha dato a Pietro e ai suoi successori questo compito, e tutti voi in modi diversi collaborate per questa grande opera. Ciascuno dà il suo contributo svolgendo il proprio lavoro quotidiano con impegno e anche con fede, perché la fede e la preghiera sono come il sale per i cibi, danno sapore.

Se dunque dobbiamo tutti cooperare alla grande causa dell’unità e dell’amore, cerchiamo di farlo prima di tutto con il nostro comportamento nelle situazioni di ogni giorno, a partire anche dall’ambiente lavorativo. Ognuno può essere costruttore di unità con gli atteggiamenti verso i colleghi, superando le inevitabili incomprensioni con pazienza, con umiltà, mettendosi nei panni degli altri, evitando i pregiudizi, e anche con una buona dose di umorismo, come ci ha insegnato Papa Francesco.

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GIUGNO

 

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 4 giugno 2025

 

Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. II. La vita di Gesù. Le parabole. 8. Gli operai nella vigna. «E disse loro: “Andate anche voi nella vigna”» (Mt 20,4)

[...]

Questo padrone instancabile, che vuole a tutti i costi dare valore alla vita di ciascuno di noi, esce invece anche alle cinque. Gli operai che erano rimasti sulla piazza del mercato avevano probabilmente perso ogni speranza. Quella giornata era andata a vuoto. E invece qualcuno ha creduto ancora in loro. Che senso ha prendere degli operai solo per l’ultima ora della giornata di lavoro? Che senso ha andare a lavorare solo per un’ora? Eppure, anche quando ci sembra di poter fare poco nella vita, ne vale sempre la pena. C’è sempre la possibilità di trovare un senso, perché Dio ama la nostra vita.

Ed ecco che l’originalità di questo padrone si vede anche alla fine della giornata, al momento della paga. Con i primi operai, quelli che vanno nella vigna all’alba, il padrone si era accordato per un denaro, che era il costo tipico di una giornata di lavoro. Agli altri dice che darà loro quello che è giusto. Ed è proprio qui che la parabola torna a provocarci: che cosa è giusto? Per il padrone della vigna, cioè per Dio, è giusto che ognuno abbia ciò che è necessario per vivere. Lui ha chiamato i lavoratori personalmente, conosce la loro dignità e in base ad essa vuole pagarli. E dà a tutti un denaro.

Il racconto dice che gli operai della prima ora rimangono delusi: non riescono a vedere la bellezza del gesto del padrone, che non è stato ingiusto, ma semplicemente generoso, non ha guardato solo al merito, ma anche al bisogno. Dio vuole dare a tutti il suo Regno, cioè la vita piena, eterna e felice. E così fa Gesù con noi: non fa graduatorie, a chi gli apre il cuore dona tutto Sé stesso.

Alla luce di questa parabola, il cristiano di oggi potrebbe essere preso dalla tentazione di pensare: “Perché cominciare a lavorare subito? Se la remunerazione è la stessa, perché lavorare di più?”. A questi dubbi Sant’Agostino rispondeva così: «Perché dunque ritardi a seguire chi ti chiama, mentre sei sicuro del compenso ma incerto del giorno? Bada di non togliere a te stesso, a causa del tuo differire, ciò ch’egli ti darà in base alla sua promessa». [1]

Vorrei dire, specialmente ai giovani, di non aspettare, ma di rispondere con entusiasmo al Signore che ci chiama a lavorare nella sua vigna. Non rimandare, rimboccati le maniche, perché il Signore è generoso e non sarai deluso! Lavorando nella sua vigna, troverai una risposta a quella domanda profonda che porti dentro di te: che senso ha la mia vita?

Cari fratelli e sorelle, non scoraggiamoci! Anche nei momenti bui della vita, quando il tempo passa senza darci le risposte che cerchiamo, chiediamo al Signore che esca ancora e che ci raggiunga là dove lo stiamo aspettando. Il Signore è generoso e verrà presto!

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI SUPERIORI E AGLI OFFICIALI DELLA SEGRETERIA DI STATO

Sala Clementina
Giovedì, 5 giugno 2025

 

Eminenza Signor Cardinale Parolin,
Eccellenze, cari fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
care sorelle e cari fratelli!


[…]

La storia di questa Istituzione risale, come sappiamo, alla fine del XV secolo. Col tempo, essa è andata assumendo un volto sempre più universale e si è notevolmente ampliata, con progressione crescente, acquisendo ulteriori mansioni, a motivo delle nuove esigenze sia nell’ambito ecclesiale sia nelle relazioni con gli Stati e le Organizzazioni internazionali. Attualmente quasi la metà di voi sono fedeli laici. E le donne, laiche e religiose, sono più di cinquanta.

Questo sviluppo ha fatto sì che la Segreteria di Stato oggi rifletta in sé stessa il volto della Chiesa. Si tratta di una grande comunità che lavora accanto al Papa: insieme condividiamo le domande, le difficoltà, le sfide e le speranze del Popolo di Dio presente nel mondo intero. Lo facciamo esprimendo sempre due dimensioni essenziali: l’incarnazione e la cattolicità.

Siamo incarnati nel tempo e nella storia, perché se Dio ha scelto la via dell’umano e le lingue degli uomini, anche la Chiesa è chiamata a seguire questa strada, in modo che la gioia del Vangelo possa raggiungere tutti ed essere mediata nelle culture e nei linguaggi attuali. E, nello stesso tempo, cerchiamo di mantenere sempre uno sguardo cattolico, universale, che ci permette di valorizzare le diverse culture e sensibilità. Così possiamo essere centro propulsore che si impegna a tessere la comunione tra la Chiesa di Roma e le Chiese locali, nonché le relazioni di amicizia nella comunità internazionale.

Negli ultimi decenni, queste due dimensioni – essere incarnati nel tempo e avere uno sguardo universale – sono diventate sempre più costitutive del lavoro curiale. Su questa strada siamo stati indirizzati dalla riforma della Curia Romana portata avanti da San Paolo VI il quale, ispirandosi alla visione del Concilio Vaticano II, ha sentito fortemente l’urgenza che la Chiesa sia attenta alle sfide della storia, considerando «la rapidità della vita d’oggi» e «le mutate condizioni dei nostri tempi» (Regimini Ecclesiae universae, 15 agosto 1967). Al contempo, egli ha ribadito la necessità di un servizio che esprima la cattolicità della Chiesa, e a tal fine ha disposto che «coloro che sono presenti nella Sede Apostolica per governarla, siano chiamati da tutte le parti del mondo» (ibid.).

L’incarnazione, quindi, ci rimanda alla concretezza della realtà e ai temi specifici e particolari, trattati dai diversi organi della Curia; mentre l’universalità, richiamando il mistero dell’unità multiforme della Chiesa, chiede poi un lavoro di sintesi che possa aiutare l’azione del Papa. E l’anello di congiunzione e di sintesi è proprio la Segreteria di Stato. Infatti, Paolo VI – espertissimo della Curia Romana – ha voluto dare a tale Ufficio un nuovo assetto, di fatto costituendolo come punto di raccordo e, quindi, stabilendolo nel suo ruolo fondamentale di coordinamento degli altri Dicasteri e delle Istituzioni della Sede Apostolica.

Questo ruolo di coordinamento della Segreteria di Stato viene ripreso nella recente Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, tra i molteplici compiti affidati alla Sezione per gli Affari Generali, sotto la direzione del Sostituto con l’aiuto dell’Assessore (cfr artt. 45-46). Accanto alla Sezione per gli Affari Generali, la medesima Costituzione identifica la Sezione per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, guidata dal Segretario con l’ausilio dei due Sotto-segretari, cui spetta la cura dei rapporti diplomatici e politici della Sede Apostolica con gli Stati e con gli altri soggetti di diritto internazionale in questo delicato tornante della storia. La Sezione per il personale di ruolo diplomatico, con il suo Segretario e il Sotto-segretario, lavora invece alla cura delle Rappresentanze Pontificie e dei Membri del Corpo Diplomatico qui a Roma e nel mondo.

So che questi compiti sono molto impegnativi e, talvolta, possono non essere ben compresi. Perciò desidero esprimervi la mia vicinanza e, soprattutto, la mia viva gratitudine. Grazie per le competenze che mettete a disposizione della Chiesa, per il vostro lavoro quasi sempre nascosto e per lo spirito evangelico che lo ispira. E permettetemi, proprio a motivo di questa mia riconoscenza, di rivolgervi un’esortazione rifacendomi ancora a San Paolo VI: questo luogo non sia inquinato da ambizioni o antagonismi; siate, invece, una vera comunità di fede e di carità, «di fratelli e di figli del Papa», che si spendono generosamente per il bene della Chiesa (cfr Discorso alla Curia Romana, 21 settembre 1963).

Vi affido tutti all’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa e, mentre vi ringrazio perché so che ogni giorno pregate per me – questo lo spero! –, benedico di cuore ciascuno di voi, i vostri cari e il vostro lavoro. Grazie!

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OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Beata Vergine Maria Madre della Chiesa - Lunedì, 9 giugno 2025

 

Cari fratelli e sorelle,

[…]
Nella Colletta abbiamo chiesto anche che la Chiesa «esulti per la santità dei suoi figli». In effetti, questa fecondità di Maria e della Chiesa è inseparabilmente legata alla sua santità, cioè alla sua conformazione a Cristo. La Santa Sede è santa come lo è la Chiesa, nel suo nucleo originario, nella fibra di cui è intessuta. Così la Sede Apostolica custodisce la santità delle sue radici mentre ne è custodita. Ma non è meno vero che essa vive anche nella santità di ciascuno dei suoi membri. Perciò il modo migliore di servire la Santa Sede è cercare di essere santi, ciascuno di noi secondo il suo stato di vita e il compito che gli è stato affidato.

Ad esempio, un prete che personalmente sta portando una croce pesante a motivo del suo ministero, e tuttavia ogni giorno va in ufficio e cerca di fare al meglio il suo lavoro con amore e con fede, questo prete partecipa e contribuisce alla fecondità della Chiesa. E così un padre o una madre di famiglia, che a casa vive una situazione difficile, un figlio che dà pensieri, o un genitore malato, e porta avanti il suo lavoro con impegno, quell’uomo e quella donna sono fecondi della fecondità di Maria e della Chiesa.

[...]

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI AL GIUBILEO E
ALL'INCONTRO DEI RAPPRESENTANTI PONTIFICI 

Sala Clementina
Martedì, 10 giugno 2025

 

Eminenze, Eccellenze, Monsignori,

[...]
Carissimi, sto muovendo i primi passi in questo ministero che il Signore mi ha affidato. E sento anche nei vostri confronti ciò che ho confidato qualche giorno fa parlando alla Segreteria di Stato, cioè la riconoscenza per quanti mi aiutano a svolgere giorno per giorno il mio servizio. Questa gratitudine è tanto maggiore quando penso – e tocco con mano affrontando le varie questioni – che il vostro lavoro tante volte mi precede! Sì, e questo vale in modo particolare proprio per voi. Perché, quando mi viene presentata una situazione che riguarda – ad esempio – la Chiesa in un determinato Paese, posso contare sulla documentazione, sulle riflessioni, sulle sintesi preparate da voi e dai vostri collaboratori. La rete delle Rappresentanze Pontificie è sempre attiva e operativa. Questo è per me motivo di grande apprezzamento e gratitudine. Lo dico pensando certamente alla dedizione e all’organizzazione, ma ancora di più alle motivazioni che vi guidano, allo stile pastorale che dovrebbe caratterizzarci, allo spirito di fede che ci anima. Grazie a queste qualità, potrò anch’io sperimentare ciò che scriveva San Paolo VI, cioè che mediante i suoi Rappresentanti, che risiedono presso le varie Nazioni, il Papa si rende partecipe della vita stessa dei suoi figli e, quasi inserendosi in essa, viene a conoscere, in modo più spedito e sicuro, le loro necessità e insieme le aspirazioni (cfr Lett. ap. M.P. Sollicitudo omnium Ecclesiarum, Introduzione).

[...]

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LUGLIO

 

PAPA LEONE XIV
ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 6 luglio 2025

 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
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Cari fratelli e sorelle, la Chiesa e il mondo non hanno bisogno di persone che assolvono i doveri religiosi mostrando la loro fede come un’etichetta esteriore; hanno bisogno invece di operai desiderosi di lavorare il campo della missione, di discepoli innamorati che testimoniano il Regno di Dio ovunque si trovano. Forse non mancano i “cristiani delle occasioni”, che ogni tanto danno spazio a qualche buon sentimento religioso o partecipano a qualche evento; ma pochi sono quelli pronti a lavorare ogni giorno nel campo di Dio, coltivando nel proprio cuore il seme del Vangelo per poi portarlo nella vita quotidiana, in famiglia, nei luoghi di lavoro e di studio, nei vari ambienti sociali e a chi si trova nel bisogno.

Per fare questo non servono troppe idee teoriche su concetti pastorali; serve soprattutto pregare il padrone della messe. Al primo posto, cioè, sta la relazione col Signore, coltivare il dialogo con Lui. Allora Egli ci renderà suoi operai e ci invierà nel campo del mondo come testimoni del suo Regno.

[...]

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SANTA MESSA
OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Cattedrale di San Pancrazio (Albano)
XVI Domenica del Tempo Ordinario, 20 luglio 2025

 

Cari fratelli e sorelle,

[...]
Certo tutto ciò costa fatica. Sia il servizio che l’ascolto non sono sempre facili: richiedono impegno, capacità di rinuncia. Costa fatica, ad esempio, nell'ascolto e nel servizio, la fedeltà e l'amore con cui un papà e una mamma mandano avanti la loro famiglia, come pure costa fatica l’impegno con cui i figli, a casa e a scuola, corrispondono ai loro sforzi; costa fatica capirsi quando si hanno opinioni diverse, perdonarsi quando si sbaglia, prestarsi assistenza quando si è malati, sostegno quando si è tristi. Ma è solo così, con questi sforzi, che nella vita si costruisce qualcosa di buono; è solo così che tra le persone nascono e crescono relazioni autentiche e forti, e che dal basso, dalla quotidianità, cresce, si diffonde e si sperimenta presente il Regno di Dio (cfr Lc 7,18-22).

Sant’Agostino, in uno dei suoi discorsi, riflettendo sull’episodio di Marta e Maria, commentava: «in queste due donne sono simboleggiate due vite: la presente e la futura; l'una vissuta nella fatica e l'altra nel riposo; l'una travagliata, l'altra beata; l'una temporanea, l'altra eterna» (Sermo 104, 4). E pensando al lavoro di Marta Agostino diceva: «Chi mai è esente da questo servizio di prendersi cura degli altri? Chi mai può riprendere fiato da queste incombenze? Cerchiamo di compierle in modo irreprensibile e con carità […]. Passerà la fatica e arriverà il riposo; ma si arriverà al riposo unicamente attraverso la fatica. Passerà la nave e arriverà nella patria; ma alla patria non si arriverà se non per mezzo della nave» (ivi, 6-7).

Abramo, Marta e Maria, oggi, ci ricordano proprio questo: che ascolto e servizio sono due atteggiamenti complementari con cui aprirci, nella vita, alla presenza benedicente del Signore. Il loro esempio ci invita a conciliare, nelle nostre giornate, contemplazione e azione, riposo e fatica, silenzio e operosità, con sapienza ed equilibrio, tenendo sempre come metro di giudizio la carità di Gesù, come luce la sua Parola e come sorgente di forza la sua grazia, che ci sostiene oltre le nostre stesse possibilità (cfr Fil 4,13).

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SETTEMBRE

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV 
AI PARTECIPANTI ALLA 31ª CONFERENZA INDUSTRIALE ARGENTINA

 

[...]
In continuità con altri interventi del Magistero, nel 1891, la Rerum Novarum costituì l’atto fondante della Dottrina Sociale della Chiesa nella sua forma attuale. Lì si denunciavano le condizioni ingiuste di molti lavoratori e si affermava con forza che “non è giusto né umano esigere dall’uomo tanto lavoro da farne inebetire la mente per troppa fatica e da fiaccarne il corpo” (n. 33). Allo stesso modo, si sottolineava il diritto a un salario giusto, a formare associazioni e a vivere con dignità. Questi insegnamenti, nati in un tempo di profonde trasformazioni industriali, continuano a essere incredibilmente attuali nel mondo globalizzato in cui viviamo, dove la dignità del lavoratore molto spesso continua a essere violata.

La Chiesa ricorda che l’economia non è un fine in sé, bensì un aspetto essenziale, ma parziale, del tessuto sociale, nel quale si sviluppa il progetto di amore che Dio ha per ogni essere umano. Il bene comune esige che la produzione e il beneficio non si perseguano in modo isolato, ma che si orientino alla promozione integrale di ogni uomo e di ogni donna. Perciò, il mio predecessore Leone XIII ricordava che, se i lavoratori ricevono un salario giusto, questo permette loro non solo di mantenere la propria famiglia, ma anche di aspirare a una piccola proprietà e ad amare di più la terra lavorata con le loro mani, dalla quale si aspettano sostentamento e dignità, e ad aprirsi così a più alte aspirazioni per la loro vita e quella dei loro cari (cfr. n. 33).

Nella stessa linea, avvertiva anche che quanti godono di abbondanza materiale devono evitare attentamente di pregiudicare anche solo minimamente il sostentamento dei meno favoriti, che — seppur modesto — si deve considerare sacro, proprio perché costituisce il sostegno indispensabile della loro esistenza (cfr. n. 17). Queste parole risuonano come una sfida costante, perché ci invitano a non misurare il successo dell’impresa unicamente in termini economici, ma anche in base alla sua capacità di generare sviluppo umano, coesione sociale e cura del creato.

[...]

Vaticano, 8 settembre 2025,
festa della Natività della Santissima Vergine Maria

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO DAL 
CONSIGLIO EPISCOPALE LATINOAMERICANO (CELAM),
DALLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA E
DALL'ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II 

Sala del Concistoro
Venerdì, 19 settembre 2025

 

Nel nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.

[...]
Il Giubileo della Speranza è un cammino verso l’incontro con quella Verità che è Dio stesso. Gesù, all’inizio della sua missione, descrive questo giubileo come anno di grazia (cfr. Lc 4, 19) e, dopo la resurrezione, invita i discepoli a “tornare in Galilea” (cfr. Mt 28, 10). Non dobbiamo cadere nel pericolo di fondare la nostra vita su sicurezze umane e su aspettative mondane. Nell’ambito sociale potremmo tradurre questa tentazione nel tentativo di “vivacchiare”, come diceva san Pier Giorgio Frassati (cfr. Lettera a Isidoro Bonini, 27 febbraio 1925) canonizzato di recente. Al tempo stesso, siamo consapevoli del fatto che oggigiorno ci sono autentiche minacce alla dignità della famiglia, come, per esempio, i problemi relativi alla povertà, la mancanza di lavoro e di accesso ai sistemi sanitari, gli abusi sui più vulnerabili, le migrazioni, le guerre (cfr. Francesco, Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, nn. 44-46). Le istituzioni pubbliche e la Chiesa hanno la responsabilità di cercare i modi per promuovere il dialogo e rafforzare gli elementi nella società che favoriscono la vita in famiglia e l’educazione dei suoi membri (cfr. San Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis, n. 8).

In questa ottica, possiamo intendere la famiglia come un dono e un compito. È fondamentale promuovere la corresponsabilità e il protagonismo delle famiglie nella vita sociale, politica e culturale, promuovendo il loro prezioso contributo nella comunità. In ogni figlio, in ogni sposa o sposo, Dio ci affida a suo Figlio, a sua Madre, come fece con san Giuseppe, per essere, insieme a loro, base, lievito e testimonianza dell’amore di Dio in mezzo agli uomini. Per essere Chiesa domestica e focolare dove arda il fuoco dello Spirito Santo, diffonda a tutti il suo calore e inviti tutti a questa speranza.

San Paolo VI, nella sua celebre omelia a Nazaret, ha esortato a seguire l’esempio della Santa Famiglia, accompagnando, sostenendo l’altro nel silenzio, nel lavoro e nella preghiera, affinché Dio realizzi in lui il progetto di amore che gli ha riservato. Questo è l’amore che s’incarna in ogni vita nata alla fede dal battesimo e unta “per proclamare l’anno di grazia” a tutti, che incontrerà Gesù nell’Eucaristia e nel sacramento del perdono, che lo seguirà nella missione come sacerdote, come padre cristiano o come consacrato, fino all’incontro definitivo, fino alla meta della nostra speranza.

[...]

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI AL GIUBILEO DEGLI OPERATORI DI GIUSTIZIA
Piazza San Pietro
Sabato, 20 settembre 2025

 

Cari fratelli e sorelle!

[...]
La tradizione ci insegna che la giustizia è, anzitutto, una virtù, vale a dire, un atteggiamento fermo e stabile che ordina la nostra condotta secondo la ragione e la fede. [1] La virtù della giustizia, in particolare, consiste nella «costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto». [2] In tale prospettiva, per il credente, la giustizia dispone «a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune», [3] obiettivo che si rende garante di un ordine a tutela del debole, di colui che chiede giustizia perché vittima di oppressione, escluso o ignorato.

Sono tanti gli episodi evangelici nei quali l’azione umana è valutata da una giustizia capace di sconfiggere il male del sopruso, come ricorda l’insistenza della vedova che induce il giudice a ritrovare il senso del giusto (cfr Lc 18,1-8). Ma anche una giustizia superiore che paga l’operaio dell’ultima ora come quello che lavora tutto il giorno (cfr Mt 20,1-16); o quella che fa della misericordia la chiave di interpretazione della relazione e induce a perdonare accogliendo il figlio che era perduto ed è stato ritrovato (cfr Lc 15,11-32), o ancora di più di perdonare non sette volte, ma settanta volte sette (cfr Mt 18,21-35). È la forza del perdono che è propria del comandamento dell’amore ad emergere come elemento costitutivo di una giustizia capace di coniugare il soprannaturale all’umano.

La giustizia evangelica, quindi, non distoglie da quella umana, ma la interroga e ridisegna: la provoca ad andare sempre oltre, perché la spinge verso la ricerca della riconciliazione. Il male, infatti, non va soltanto sanzionato, ma riparato, e a tale scopo è necessario uno sguardo profondo verso il bene delle persone e il bene comune. Compito arduo, ma non impossibile per chi, cosciente di svolgere un servizio più esigente di altri, si impegna a tenere una condotta di vita irreprensibile.

[...]

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OMELIA DEL SANTO PADRE NELLA SANTA MESSA
NELLA CHIESA DI SANT’ANNA IN VATICANO
Parrocchia di Sant'Anna in Vaticano
Domenica, 21 settembre 2025

 

Cari fratelli e sorelle,

sono particolarmente lieto di presiedere questa Eucaristia nella parrocchia pontificia di Sant’Anna.

Questa chiesa sorge in una posizione speciale, che è anche una chiave per il ministero pastorale che vi si svolge: siamo infatti, per così dire, “sul confine”, e davanti a S. Anna transitano quasi tutti coloro che entrano ed escono dalla Città del Vaticano. C’è chi passa per lavoro, chi come ospite o pellegrino, chi di fretta, chi con trepidazione o serenità. Possa ciascuno sperimentare che qui ci sono porte e cuori aperti alla preghiera, all’ascolto, e alla carità!

[...]

La parola del Signore, infatti, non contrappone gli uomini in classi rivali, ma sprona tutti a una rivoluzione interiore, una conversione che inizia dal cuore. Allora si apriranno le nostre mani: per donare, non per arraffare. Allora si apriranno le nostre menti: per progettare una società migliore, non per scovare affari al miglior prezzo. Come scrive San Paolo, «raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere» (1Tm 2,1). Oggi, in particolare, la Chiesa prega perché i governanti delle nazioni siano liberi dalla tentazione di usare la ricchezza contro l’uomo, trasformandola in armi che distruggono i popoli e in monopoli che umiliano i lavoratori. Chi serve Dio diventa libero dalla ricchezza, ma chi serve la ricchezza ne resta schiavo! Chi cerca la giustizia trasforma la ricchezza in bene comune; chi cerca il dominio trasforma il bene comune nella preda della propria avidità.

Le Sacre Scritture fanno luce su questo attaccamento ai beni materiali, che confonde il nostro cuore e distorce il nostro futuro.

Carissimi, vi ringrazio perché, in diversi modi, cooperate a mantenere viva la comunità di questa parrocchia ed esercitate anche un generoso apostolato. Vi incoraggio a perseverare con speranza in un tempo seriamente minacciato dalla guerra. Interi popoli vengono oggi schiacciati dalla violenza e ancor più da una spudorata indifferenza, che li abbandona a un destino di miseria. Davanti a questi drammi, non vogliamo essere remissivi, ma annunciare con la parola e con le opere che Gesù è il Salvatore del mondo, Colui che ci libera da ogni male. Il suo Spirito converta i nostri cuori affinché, nutriti dall’Eucaristia, supremo tesoro della Chiesa, possiamo diventare testimoni di carità e di pace.

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OTTOBRE

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI AL II CONGRESSO INTERNAZIONALE
DI PASTORALE DEGLI ANZIANI
Sala Clementina
Venerdì, 3 ottobre 2025

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Buongiorno a tutti e benvenuti!
Eminenza, Eccellenze, cari sacerdoti, fratelli e sorelle!

Vi do il benvenuto e sono lieto di incontrarvi in occasione del II Congresso Internazionale di Pastorale degli Anziani promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

Il tema del Congresso – «I vostri anziani faranno sogni!» (Gl 3,1) – richiama le parole del profeta Gioele tanto care a Papa Francesco, che ha parlato spesso della necessità di un’alleanza tra giovani e anziani, ispirata dai “sogni” di chi ha vissuto a lungo e fecondata dalle “visioni” di chi inizia la grande avventura della vita. [1] Nel passo citato, il profeta annuncia l’effusione universale dello Spirito Santo, che crea unità fra le generazioni e distribuisce a ciascuno doni diversi.

Nel nostro tempo, purtroppo, i rapporti tra le generazioni sono spesso segnati da fratture e contrapposizioni, che mettono gli uni contro gli altri. Agli anziani, ad esempio, viene rinfacciato di non lasciare spazio ai giovani nel mondo del lavoro, oppure di assorbire troppe risorse economiche e sociali a scapito delle altre generazioni, come se la longevità fosse una colpa.

Si tratta di modi di pensare che rivelano visioni molto pessimistiche e conflittuali dell’esistenza. Gli anziani sono un dono, una benedizione da accogliere, e l’allungamento della vita è un fatto positivo, anzi, è uno dei segni di speranza del nostro tempo, in ogni parte del mondo. Certamente si tratta anche di una sfida, perché il numero crescente di anziani è un fenomeno storico inedito, che ci chiama a un nuovo esercizio di discernimento e di comprensione.

L’età anziana è anzitutto un benefico richiamo all’universale dinamica della vita. La mentalità oggi prevalente tende a dare valore all’esistenza se produce ricchezza o successo, se esercita potere o autorità, dimenticando che l’essere umano è creatura sempre limitata e bisognosa. La fragilità che appare negli anziani ci ricorda questa comune evidenza: perciò viene nascosta o allontanata da chi coltiva illusioni mondane, per non avere davanti agli occhi l’immagine di quello che inevitabilmente saremo. È invece salutare rendersi conto che l’invecchiamento «è parte della meraviglia che siamo». [2] Questa fragilità, «se abbiamo il coraggio di riconoscerla», di abbracciarla e prendercene cura, «è un ponte verso il cielo». [3] Anziché vergognarci della debolezza umana, saremo infatti portati a chiedere aiuto ai fratelli e a Dio, che veglia come Padre su tutte le creature. Gli anziani ci insegnano che la «salvezza non sta nell’autonomia, ma nel riconoscere con umiltà il proprio bisogno e nel saperlo liberamente esprimere», sicché «la misura della nostra umanità non è data da ciò che possiamo conquistare, ma dalla capacità di lasciarci amare e, quando serve, anche aiutare». [4] Per quanto possa sembrare strano, la vecchiaia diventa purtroppo sempre più spesso qualcosa a cui si arriva all’improvviso e che ci coglie impreparati. Attingendo alle Scritture, alla saggezza dei Padri e all’esperienza dei santi, la Chiesa è chiamata a offrire tempi e strumenti per decifrarla, così da viverla cristianamente, senza pretendere di rimanere sempre giovani senza lasciarsi prendere dallo sconforto. Sono preziose, in questo senso, le catechesi che Papa Francesco ha dedicato a questo tema nel 2022, sviluppando una vera e propria spiritualità degli anziani: da esse si può attingere per impostare un utile lavoro pastorale.

Al giorno d’oggi, tante persone, terminati gli anni di lavoro, hanno l’opportunità di vivere una stagione sempre più estesa di buona salute, di benessere economico e di maggiore tempo libero. Sono chiamati “giovani anziani”: spesso sono loro a testimoniare un’assidua frequenza alla liturgia e a condurre attività parrocchiali, come il catechismo e diverse forme di servizio pastorale. È importante individuare per loro un linguaggio e delle proposte adeguate, coinvolgendoli non come destinatari passivi dell’evangelizzazione, ma come soggetti attivi, e per rispondere insieme a loro, e non al posto loro, alle domande che la vita e il Vangelo ci pongono.

Diverse sono le situazioni che si possono incontrare: alcune persone ricevono in età avanzata il primo annuncio della fede; altre hanno fatto esperienza di Dio e della Chiesa nella giovinezza, ma si sono in seguito allontanate; altre ancora hanno perseverato nella vita cristiana. Per tutti, la pastorale degli anziani dev’essere evangelizzatrice e missionaria, perché la Chiesa è sempre chiamata ad annunciare Gesù, il Cristo salvatore, ad ogni uomo e ogni donna, in ogni età e in ogni stagione della vita.

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SANTA MESSA PER LA GENDARMERIA VATICANA
OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani
XXVII domenica del Tempo Ordinario, 5 ottobre 2025

 

Carissimi, in quanto Gendarmi dello Stato Vaticano, la vostra non è solo una professione: è un servizio per il bene della Chiesa. Anche il vostro lavoro quotidiano, infatti, dà una testimonianza del Vangelo. Dunque, non vergognatevi mai dell’esempio che potete dare. Spesso – e lo sapete per esperienza –, la vostra presenza discreta e sicura può esprimere uno stile evangelico non a parole, ma anche solo con uno sguardo attento, con un gesto premuroso che tutela ogni persona attorno a voi.

Per resistere alla tentazione dell’abitudine e della pigrizia, lo stesso San Paolo ci incoraggia così: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te […]. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (2Tm 1,6-7).

Queste sono certamente virtù del buon cristiano, e pertanto anche del gendarme vaticano: avete forza dalla legge, ma non per dominare; avete carità verso i piccoli, ma non per compiacere l’autorità; prudenza nell’azione, ma non per paura delle responsabilità che vi sono proprie. Ecco il programma che affido particolarmente a voi, giovani gendarmi che avete da poco pronunciato il vostro giuramento. Quella promessa non è stata una semplice formula da ripetere, ma un atto di libertà e di dedizione. Avete affermato un “sì” pubblico, davanti a Dio e alla Chiesa. Avete promesso fedeltà al Papa e a un servizio che coinvolge la vostra vita, nell’impegno lavorativo di ogni giorno. Grazie per il coraggio e per la disponibilità che avete espresso nel servire fedelmente la Santa Sede!

Allo scopo di perseverare nella scelta del bene e della giustizia, che avvera il vostro compito di gendarmi, facciamo nostra la domanda che abbiamo udito nel Vangelo, quando gli apostoli chiedono a Gesù: «Accresci in noi la fede!» (Lc 17,5). Sì, Signore: restaci accanto, converti i nostri cuori, rendici testimoni della tua Parola! Fa’ che la nostra fede, cioè la nostra relazione con Te, possa crescere sempre, tra le gioie e le prove della vita. Sei tu stesso, Signore, a nutrirla con la grazia del tuo Santo Spirito, affinché porti in noi frutti di opere buone.

Pronunciamo allora queste parole con la speranza di chi si sa amato da Dio, e perciò desidera vivere secondo la sua volontà. Quando verranno i giorni della fatica e dell’incomprensione, troveremo nella grazia del Signore il conforto e la lealtà che ci sostengono.

Carissimi, il vostro servizio si svolge soprattutto “dietro le quinte”. Si vede poco, eppure fa tanto. È un compito che costruisce sicurezza, ordine, rispetto: svolgetelo insieme, come una squadra, d’intesa reciproca con chi lavora da più tempo. È un servizio che protegge non solo luoghi e persone, ma rispecchia una missione, la missione della Chiesa. Vivete dunque questa stessa missione, che è l’annuncio del Vangelo, con la vostra uniforme e prima di tutto con la vostra umanità.

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UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 8 ottobre 2025

 

Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. III. La Pasqua di Gesù. 10. Riaccendere. «Non ci ardeva forse il cuore nel petto?» (Lc 24,32)

[…]
Nella Pasqua di Cristo, tutto può diventare grazia. Anche le cose più ordinarie: mangiare, lavorare, aspettare, curare la casa, sostenere un amico. La Risurrezione non sottrae la vita al tempo e alla fatica, ma ne cambia il senso e il “sapore”. Ogni gesto compiuto nella gratitudine e nella comunione anticipa il Regno di Dio.

[...]

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI ALLA 39ª CONFERENZA
DELL'ASSOCIAZIONE MINDS INTERNATIONAL

Sala Clementina
Giovedì, 9 ottobre 2025

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ogni giorno ci sono reporter che rischiano personalmente perché la gente possa sapere come stanno le cose. E in un tempo come il nostro, di conflitti violenti e diffusi, quelli che cadono sul campo sono molti: vittime della guerra e dell’ideologia della guerra, che vorrebbe impedire ai giornalisti di esserci. Non dobbiamo dimenticarli! Se oggi sappiamo che cosa è successo a Gaza, in Ucraina e in ogni altra terra insanguinata dalle bombe, lo dobbiamo in buona parte a loro. Ma queste testimonianze estreme sono l’apice del tributo di quotidiana fatica di tantissimi che lavorano perché l’informazione non sia inquinata da altri fini, contrari alla verità e alla dignità della persona.

[...]

Non siamo destinati a vivere in un mondo dove la verità non è più distinguibile dalla finzione. Al riguardo, dobbiamo porci degli importanti interrogativi.

Gli algoritmi generano contenuti e dati in una dimensione e con una velocità che non si era mai vista prima. Ma chi li governa? L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo con cui ci informiamo e comunichiamo, ma chi la guida e a quali fini? Dobbiamo vigilare perché la tecnologia non si sostituisca all’uomo, e perché l’informazione e gli algoritmi che oggi la governano non siano nelle mani di pochi.

Cari amici, grazie per il vostro lavoro! Auguri per la vostra riflessione sulle sfide che avete davanti.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PELLEGRINI DELLE DIOCESI TOSCANE E ALTRE

Piazza San Pietro
Sabato, 11 ottobre 2025

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi!

Eminenze Reverendissime,

Eccellenze,
fratelli e sorelle,

[...]

Vorrei però esortarvi ad assumere, come Chiesa locale, lo stile della vicinanza, mettendovi in ascolto dei travagli e delle fatiche della gente. Lo dico soprattutto pensando alle preoccupanti notizie che riguardano diversi settori del mondo del lavoro. Ciò non deve apparire fuori luogo ma, anzi, come ricordava San Paolo VI, circa il mondo del lavoro, la Comunità cristiana, «non solo deve aprirsi, ma ancor di più, deve essere fraternamente e attivamente presente in questo mondo con uno spirito di intelligente comprensione, di vigile discernimento, di amichevole dialogo […]. La comunità cristiana, di fronte alle conseguenze negative della crisi occupazionale e sociale, di fronte alle incerte prospettive del futuro, è chiamata ad esercitare, con generosa passione, un ruolo molteplice studiando i problemi, elaborando soluzioni, assumendo proprie responsabilità: insomma, essa deve essere Chiesa sul territorio, cioè Chiesa presso le case, Chiesa presso le fabbriche, Chiesa “presso l’uomo”» (S. Giovanni Paolo II, Discorso ai lavoratori, 18 marzo 1984).

In una terra laboriosa come la Toscana, in cui sono presenti alcune eccellenze del piccolo mondo dell’artigianato e della piccola e media industria, è doloroso constatare come la crisi economica che coinvolge numerose aziende costringe al licenziamento di tanti lavoratori e tanti altri li lascia in cassa integrazione, in attesa che si sblocchino gli accordi istituzionali volti alla ripresa delle attività. Vi esorto perciò ad essere una Chiesa vicina al mondo del lavoro, compassionevole e incarnata, perché l’annuncio del Vangelo diventi presenza concreta di consolazione e di speranza, ma anche parola profetica che richiami l’importanza di garantire il lavoro a tutti, in quanto esso «è una dimensione irrinunciabile della vita sociale» (Francesco, Fratelli tutti, 162).

[...]

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SALUTO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI DIPENDENTI DEL DICASTERO PER LA COMUNICAZIONE CON I FAMILIARI

Palazzina Leone XIII
Sabato, 11 ottobre 2025

 

Grazie. Buonasera. Cari fratelli e sorelle,

Sono contento di stare un po’ con voi che formate la grande comunità di lavoro del Dicastero per la Comunicazione. Oggi vi vedo diciamo in “formato famiglia”, e me ne rallegro con voi perché la Chiesa è famiglia, famiglia di famiglie. Mi fa piacere anche incontrarci in questo luogo, che ci ricorda la memoria di Papa Leone XIII, in particolare la sua attenzione ai mezzi di comunicazione sociale.

Voi siete originari di tanti Paesi. Le lingue che avete imparato da bambini sono diverse e svolgete anche attività differenti. Ma tutta questa varietà è messa al servizio di un unico fine: aiutare il Papa e la Santa Sede a comunicare in tutto il mondo la Buona Notizia. Come scrive San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, ci sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; ci sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; ci sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti (cfr 12,4-6).

Mi congratulo per la rete che in questi anni state costruendo all’interno del Dicastero; e anche perché lo fate, come direbbe Papa Francesco, “in uscita”, cioè per gettare questa rete tra la Santa Sede e il mondo, “al largo”, sino ai confini della terra. È anzitutto una rete di persone, ciascuna con le sue competenze, messe a disposizione della Chiesa. È una rete che si offre al mondo per condividere la verità, per aiutare a vedere e a comprendere, sempre con amore. È una rete dove i ruoli sono diversi, ma nessuno è più importante dell’altro.

Piano piano vi sto conoscendo. So che lavorate con passione, per diffondere dappertutto le parole e i gesti del Papa. Lo fate quotidianamente, in maniera discreta e nascosta. Ma oggi sono contento perché ho la possibilità di vedervi, di incontrarvi, tanto più in questa forma familiare, tutti insieme.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO MONDIALE
DEI MOVIMENTI POPOLARI

Aula Paolo VI
Giovedì, 23 ottobre 2025

 

Cari fratelli e sorelle,

Uno dei motivi per cui ho scelto il nome “Leone XIV” è l’Enciclica Rerum novarum, scritta da Leone XIII durante la rivoluzione industriale. Il titolo Rerum novarum significa “cose nuove”. Ci sono certamente “cose nuove” nel mondo, ma quando diciamo questo, in genere adottiamo uno “sguardo dal centro” e ci riferiamo a cose come l’intelligenza artificiale o la robotica. Tuttavia, oggi vorrei guardare alle “cose nuove” con voi, partendo dalla periferia.

Vedere le “cose nuove” dalla periferia

Più di dieci anni fa, qui in Vaticano, Papa Francesco vi ha detto che eravate venuti per piantare una bandiera. Cosa c’era scritto? “Terra, casa e lavoro”. [1] “Tierra, techo, trabajo”, come ci ha detto Guadalupe poco fa. Era una “cosa nuova” per la Chiesa, ed era una cosa buona! Facendo eco alle richieste di Francesco, oggi dico: la terra, la casa e il lavoro sono diritti sacri, vale la pena lottare per essi, e voglio che mi sentiate dire “Ci sto!”, “sono con voi”!

Chiedere terra, casa e lavoro per gli esclusi è una “cosa nuova”? Visto dai centri del potere mondiale, certamente no; chi ha sicurezza finanziaria e una casa confortevole può considerare queste richieste in qualche modo superate. Le cose veramente “nuove” sembrano essere i veicoli autonomi, oggetti o vestiti all’ultima moda, i telefoni cellulari di fascia alta, le criptovalute e altre cose di questo genere.

[...]

Oggi portate di nuovo lo stendardo della terra, della casa e del lavoro, camminando insieme da un centro sociale – Spin Time – al Vaticano. Questo camminare insieme testimonia la vitalità dei movimenti popolari come costruttori di solidarietà nella diversità. La Chiesa deve essere con voi: una Chiesa povera per i poveri, una Chiesa che si protende, una Chiesa che corre dei rischi, una Chiesa coraggiosa, profetica e gioiosa!

Ciò che ritengo più importante è che il vostro servizio sia animato dall’amore. Conosco realtà ed esperienze simili presenti in altri Paesi, veri e propri spazi comunitari pieni di fede, speranza e soprattutto di amore, che rimane la virtù più grande di tutte (cfr 1Cor 13,13). Infatti quando si formano cooperative e gruppi di lavoro per sfamare gli affamati, dare riparo ai senzatetto, soccorrere i naufraghi, prendersi cura dei bambini, creare posti di lavoro, accedere alla terra e costruire case, dobbiamo ricordarci che non si sta facendo ideologia, ma stiamo davvero vivendo il Vangelo.

Al centro del Vangelo, infatti, c’è il comandamento dell’amore, e Gesù ci ha detto che nel volto e nelle ferite dei poveri è nascosto il suo stesso volto (cfr Mt 25,34-40). È bello vedere che i movimenti popolari, prima ancora che dall’esigenza della giustizia, sono mossi dal desiderio dell’amore, contro ogni individualismo e pregiudizio.

Come Vescovo in Perù, sono felice di aver sperimentato una Chiesa che accompagna le persone nei loro dolori, nelle loro gioie, nelle loro lotte e nelle loro speranze. Questo è un antidoto contro un’indifferenza strutturale che si va diffondendo e che non prende sul serio il dramma di popoli spogliati, derubati, saccheggiati e costretti alla povertà. Spesso ci sentiamo impotenti dinanzi a tutto questo, eppure, a questa che ho definito «globalizzazione dell’impotenza», dobbiamo iniziare ad opporre una «cultura della riconciliazione e dell’impegno». [3] I movimenti popolari colmano questo vuoto generato dalla mancanza di amore con il grande miracolo della solidarietà, fondata sulla cura del prossimo e sulla riconciliazione.

Come dicevo, il normale discorso sulle “cose nuove” – con le loro potenzialità e i loro pericoli – omette ciò che accade alla periferia. Dal centro c’è poca consapevolezza dei problemi che colpiscono gli esclusi, e quando se ne parla nelle discussioni politiche ed economiche, si ha l’impressione che si tratti di «una questione aggiunta quasi per dovere o in modo tangenziale, se non trattata semplicemente come un danno collaterale. In effetti, alla fine dei conti, spesso rimangono in fondo alla lista delle priorità». [4] Al contrario, i poveri sono al centro del Vangelo. Perciò, le comunità emarginate dovrebbero essere coinvolte in un impegno collettivo e solidale volto a invertire la tendenza disumanizzante delle ingiustizie sociali e a promuovere uno sviluppo umano integrale.

Infatti, «finché i problemi dei poveri non saranno risolti in modo radicale, rifiutando l’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e affrontando le cause strutturali della disuguaglianza, non si troverà alcuna soluzione ai problemi del mondo o, per meglio dire, a nessun problema. La disuguaglianza è la radice dei mali sociali». [5]

Vecchie ingiustizie nel nuovo mondo

[...]

Quando il mio predecessore Leone XIII scrisse la Rerum novarum alla fine del XIX secolo, non si concentrò sulla tecnologia industriale o sulle nuove fonti di energia, ma piuttosto sulla situazione dei lavoratori.  È qui che risiede la forza evangelica del suo messaggio: l’attenzione principale era rivolta alla situazione dei poveri e degli oppressi di quel tempo. E, per la prima volta e con assoluta chiarezza, un Papa disse che le lotte quotidiane per la sopravvivenza e per la giustizia sociale erano di fondamentale importanza per la Chiesa. Leone XIII denunciò la sottomissione della maggioranza al potere «di pochi; così che un piccolo numero di uomini molto ricchi ha potuto imporre alle masse brulicanti dei poveri lavoratori un giogo poco migliore della schiavitù stessa». 

[8]  Questa era la grande disuguaglianza dell’epoca.

Nell’Enciclica di Leone XIII non troviamo le parole “disoccupazione” o “esclusione”, perché all’epoca i problemi riguardavano piuttosto il miglioramento delle condizioni dei lavoratori, lo sfruttamento, l’urgenza di una nuova armonia sociale e di un nuovo equilibrio politico, obiettivi che gradualmente sono stati raggiunti grazie a tante leggi sul lavoro e alle istituzioni di sicurezza sociale. Oggi, invece, l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale. Il divario tra una “piccola minoranza” – l’1% della popolazione – e la stragrande maggioranza si è ampliato in modo drammatico.

Tale esclusione è una “novità” che Papa Francesco ha denunciato come “cultura dello scarto”, affermando con veemenza: «Gli esclusi non sono “sfruttati”, ma emarginati, “scarti”». [9]

Quando parliamo di esclusione, ci troviamo anche di fronte a un paradosso. La mancanza di terra, cibo, alloggio e lavoro dignitoso coesiste con l’accesso alle nuove tecnologie che si diffondono ovunque attraverso i mercati globalizzati. I telefoni cellulari, i social network e persino l’intelligenza artificiale sono alla portata di milioni di persone, compresi i poveri. Tuttavia, mentre sempre più persone hanno accesso a Internet, i bisogni primari rimangono insoddisfatti. Assicuriamoci che, quando vengono soddisfatti bisogni più sofisticati, quelli fondamentali non vengano trascurati.

Tale arbitrarietà sistemica fa sì che le persone siano private di ciò che è necessario e sommerse da ciò che è accessorio. In breve, la cattiva gestione genera e aumenta le disuguaglianze con il pretesto del progresso. E non avendo al centro la dignità umana, il sistema fallisce anche nella giustizia.

L’impatto delle “novità” sugli esclusi

Oggi non descriverò in modo esaustivo quali siano le “novità” prodotte in particolare dai centri di sviluppo tecnologico, ma sappiamo che esse hanno un impatto su tutti i principali ambiti della vita sociale: sanità, istruzione, lavoro, trasporti, urbanizzazione, comunicazione, sicurezza, difesa, ecc. Molti di questi impatti sono ambivalenti: sono positivi per alcuni Paesi e settori sociali, ma altri, invece, subiscono “danni collaterali”. Ancora una volta, questo è il risultato della cattiva gestione del progresso tecnologico.

[...]

Un altro aspetto delle “novità” che colpisce in modo particolare gli emarginati ha a che fare con le angosce e le speranze dei più poveri in riferimento ai modelli di vita che oggi vengono costantemente promossi. Per esempio: come può un giovane povero vivere con speranza e senza ansia quando i social media esaltano costantemente un consumo sfrenato e un successo economico totalmente irraggiungibile?

[...]

Vorrei anche sottolineare che lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni dipende dai minerali che spesso si trovano nel sottosuolo dei Paesi poveri. Senza il coltan della Repubblica Democratica del Congo, ad esempio, molti dei dispositivi tecnologici che utilizziamo oggi non esisterebbero. Tuttavia, la sua estrazione dipende dalla violenza paramilitare, dal lavoro minorile e dallo sfollamento delle popolazioni. Il litio è un altro esempio: la competizione tra le grandi potenze e le grandi aziende per la sua estrazione rappresenta una grave minaccia alla sovranità e alla stabilità degli Stati poveri, al punto che alcuni imprenditori e politici si vantano di promuovere colpi di Stato e altre forme di destabilizzazione politica, proprio per mettere le mani sull’“oro bianco” del litio.

[...]

Allo stesso tempo, mi incoraggia vedere come i movimenti popolari, le organizzazioni della società civile e la Chiesa stiano affrontando queste nuove forme di disumanizzazione, testimoniando costantemente che chi si trova nel bisogno è nostro prossimo, nostro fratello e nostra sorella. Questo vi rende campioni dell’umanità, testimoni della giustizia, poeti della solidarietà.

La giusta lotta dei movimenti popolari

Nella Rerum novarumLeone XIII osservava che «le antiche corporazioni dei lavoratori sono state abolite nel secolo scorso, e nessun’altra organizzazione protettiva ha preso il loro posto». 

[10] I poveri sono diventati più vulnerabili e meno protetti. Oggi sta accadendo qualcosa di simile, perché i sindacati tipici del XX secolo rappresentano ormai una percentuale sempre più esigua dei lavoratori e i sistemi di sicurezza sociale sono in crisi in molti Paesi; perciò, né i sindacati né le associazioni dei datori di lavoro, né gli Stati né le organizzazioni internazionali sembrano in grado di affrontare questi problemi. Ma «uno Stato senza giustizia non è uno Stato», ci ricorda sant’Agostino. 

[11] La giustizia esige che le istituzioni di ogni Stato siano al servizio di ogni classe sociale e di tutti i residenti, armonizzando le diverse esigenze e gli interessi.

[...]

Nell’Esortazione apostolica Dilexi te ho voluto ricordare che «vari movimenti popolari, composti da laici e guidati da leader popolari, [...] sono stati spesso guardati con sospetto e persino perseguitati». 

[13] Eppure le vostre lotte sotto la bandiera della terra, della casa e del lavoro per un mondo migliore meritano incoraggiamento. E come la Chiesa ha accompagnato la formazione dei sindacati in passato, oggi dobbiamo accompagnare i movimenti popolari. Questo significa accompagnare l’umanità, camminare insieme nel rispetto condiviso della dignità umana e nel desiderio comune di giustizia, amore e pace.

 

La Chiesa sostiene le vostre giuste lotte per la terra, la casa e il lavoro. Come il mio predecessore Francesco, credo che le vie giuste partano dal basso e dalla periferia verso il centro. Le vostre numerose e creative iniziative possono trasformarsi in nuove politiche pubbliche e diritti sociali. La vostra è una ricerca legittima e necessaria. Chissà se i semi dell’amore, che voi seminate, piccoli come semi di senape (cfr Mt 13,31-32, Mc 4,30-32, Lc 13,18-19) potranno crescere in un mondo più umano per tutti e aiutare a gestire meglio le «cose nuove».

La Chiesa e io vogliamo esservi vicini in questo cammino. Continuiamo a elevare le nostre preghiere a Dio Onnipotente. Con voi, nella preghiera, imploriamo il Padre di ogni misericordia perché vi protegga e vi riempia del suo amore inesauribile. Che Egli, nella sua infinita bontà, vi dia il coraggio di una profezia evangelica, la perseveranza nella lotta, la speranza nel cuore, la creatività poetica. Vi affido alla guida materna di Maria Santissima. E dal profondo del cuore vi benedico.

Grazie, grazie a tutti voi! E andate avanti nel cammino, con gioia e speranza! Grazie. Entonces oremos juntos como Jesús nos ha enseñado.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI SUPERIORI MAGGIORI DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Aula del Sinodo
Venerdì, 24 ottobre 2025

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

Padre Sosa,
cari amici,

[...]
Viviamo in quello che molti definiscono un cambiamento epocale, un tempo caratterizzato da rapidi cambiamenti nella cultura, nell’economia, nella tecnologia e nella politica. In particolare, l’intelligenza artificiale e altre innovazioni stanno rimodellando la nostra comprensione del lavoro e delle relazioni e addirittura sollevando domande sull’identità umana. Il degrado ecologico minaccia la nostra casa comune. I sistemi politici spesso non rispondono al grido dei poveri. Populismo e polarizzazione ideologica rendono più profonde le divisioni tra nazioni. Molti sono affetti da consumismo, individualismo e indifferenza.

[...]

La tecnologia, specialmente l’intelligenza artificiale, è un’altra frontiera importante. Ha il potenziale per la prosperità umana, ma comporta anche rischi di isolamento, perdita di lavoro e nuove forme di manipolazione. La Chiesa deve aiutare a guidare questi sviluppi eticamente, difendendo la dignità umana e promuovendo il bene comune. Dobbiamo discernere come utilizzare le piattaforme digitali per evangelizzare, per formare comunità e per sfidare i falsi dei del consumismo, del potere e dell’autosufficienza.

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OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Lunedì, 27 ottobre 2025

 

Cari fratelli e care sorelle,

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Vi esorto allora – lo dico a voi studenti e a tutti coloro che si impegnano nella ricerca e nell’insegnamento – a non dimenticare che di questo sguardo unitario ha bisogno la Chiesa di oggi e di domani. E guardando all’esempio di uomini e donne come Agostino, Tommaso, Teresa D’Avila, Edith Stein e molti altri, che hanno saputo integrare la ricerca nella loro vita e nel cammino spirituale, anche noi siamo chiamati a portare avanti il lavoro intellettuale e la ricerca della verità senza separarli dalla vita. È importante coltivare questa unità, perché quanto accade nelle aule dell’università e negli ambienti educativi di ogni ordine e grado non rimanga un astratto esercizio intellettuale, ma diventi una realtà capace di trasformare la vita, di farci approfondire la nostra relazione con Cristo, di farci comprendere meglio il mistero della Chiesa, di renderci testimoni audaci del Vangelo nella società.

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NOVEMBRE

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO
“THE DIGNITY OF CHILDREN AND ADOLESCENTS
IN THE AGE OF ARTIFICIAL INTELLIGENCE”

Sala Clementina
Giovedì, 13 novembre 2025

 

Nel nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo, la pace sia con voi!

Buongiorno a tutti
e benvenuti!

Rivolgo il mio saluto a tutti voi che state partecipando a questo incontro sulla dignità dei bambini e degli adolescenti in questa era dell’intelligenza artificiale. Sono grato per la vostra partecipazione e i vostri qualificati contributi.

L’intelligenza artificiale sta trasformando molti aspetti della nostra vita quotidiana, inclusi l’istruzione, l’intrattenimento e la sicurezza dei minori. L’uso dell’intelligenza artificiale solleva infatti importanti questioni etiche, specialmente quando si tratta della protezione e della dignità dei minori.

I minori sono particolarmente vulnerabili alla manipolazione attraverso algoritmi di intelligenza artificiale che possono influenzare le loro decisioni e preferenze. È cruciale che i genitori e gli educatori siano consapevoli di queste dinamiche e che siano sviluppati strumenti per monitorare e controllare l’interazione dei minori con i dispositivi tecnologici.

I governi e le organizzazioni internazionali hanno la responsabilità di sviluppare e implementare politiche che proteggano la dignità dei minori nell’era dell’IA. Ciò include l’aggiornamento delle leggi esistenti sulla protezione dei dati, per rispondere alle nuove sfide poste dalle tecnologie emergenti, e la promozione di standard etici per lo sviluppo e l’uso dell’IA.

È un passo importante infatti stilare e far applicare codici etici, ma non sufficiente. È necessario un lavoro educativo, quotidiano e costante, condotto da adulti a loro volta formati e sostenuti da reti di alleanza educativa, in un processo di conoscenza dei rischi che l’uso dell’intelligenza artificiale e un accesso precoce, senza limiti e verifiche, possono comportare nella vita relazionale dei minori e nel loro sviluppo. Solo partecipando alla scoperta di tali rischi e delle loro conseguenze sulla vita personale e sociale, i minori potranno essere sostenuti nel loro approccio al digitale quale potenziamento della loro capacità di scelta in modo responsabile verso sé stessi e gli altri.

È già questo un importante esercizio di salvaguardia dell’originalità e relazionalità umana, che per essere tale chiede di essere orientata verso condizioni di garanzia del rispetto della dignità come valore primario. Solo attraverso un approccio educativo, etico e responsabile possiamo garantire che l’intelligenza artificiale sia un alleato, e non una minaccia, nella crescita e nello sviluppo dei minori.

Cari amici, vi auguro un fruttuoso convegno, che contribuisca a stabilire basi solide per proseguire insieme il servizio ai bambini e ai ragazzi e all’intera comunità ecclesiale e civile. Su di voi, sul vostro lavoro invoco la benedizione del Signore. Grazie!

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
ALLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ LATERANENSE
PER L’INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO

Aula Magna Benedetto XVI, Pontificia Università Lateranense 
Venerdì, 14 novembre 2025

 

Questo peculiare rapporto è stato sottolineato da San Giovanni Paolo II: «Voi costituite – disse –, a titolo speciale, l’Università del Papa: titolo indubbiamente onorifico, ma per ciò stesso oneroso». Con parole altrettanto affettuose, tale legame è stato ribadito da Papa Benedetto e da Papa Francesco; quest’ultimo ha voluto istituire due Cicli di studi: in Scienze della Pace e in Ecologia e Ambiente.

Nel ribadire e confermare tutto quanto istituito e concesso dai miei venerati Predecessori, mi preme indicare la missione peculiare della Pontificia Università Lateranense nelle presenti circostanze.

Questa Università, a differenza di altre illustri istituzioni accademiche, anche romane, non ha un carisma del fondatore da custodire, approfondire e sviluppare, ma suo peculiare orientamento è il magistero del Pontefice. Per sua natura e missione, dunque, essa costituisce un centro privilegiato in cui l’insegnamento della Chiesa universale viene elaborato, recepito, sviluppato e contestualizzato. Da questo punto vista, si tratta di una istituzione a cui anche il lavoro della Curia Romana può fare riferimento per il suo quotidiano lavoro.

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INCONTRO CON IL MONDO DEL CINEMA
DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Sala Clementina
Sabato, 15 novembre 2025

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La pace sia con voi!

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

[...]

La logica dell’algoritmo tende a ripetere ciò che “funziona”, ma l’arte apre a ciò che è possibile. Non tutto dev’essere immediato o prevedibile: difendete la lentezza quando serve, il silenzio quando parla, la differenza quando provoca. La bellezza non è solo evasione, ma soprattutto invocazione. Il cinema, quando è autentico, non consola soltanto: interpella. Chiama per nome le domande che abitano in noi e, talvolta, anche le lacrime che non sapevamo di dover esprimere.

Nell’anno del Giubileo, in cui la Chiesa invita a camminare verso la speranza, la vostra presenza da tante Nazioni e, soprattutto, il vostro lavoro artistico quotidiano, sono segni luminosi. Perché anche voi, come tanti altri che giungono a Roma da ogni parte del mondo, siete in cammino come pellegrini dell’immaginazione, cercatori di senso, narratori di speranza, messaggeri di umanità. La strada che voi percorrete non si misura in chilometri ma in immagini, parole, emozioni, ricordi condivisi e desideri collettivi. È un pellegrinaggio nel mistero dell’esperienza umana che voi attraversate con lo sguardo penetrante, capace di riconoscere la bellezza anche nelle pieghe del dolore, la speranza dentro le tragedie delle violenze e delle guerre.

La Chiesa guarda con stima a voi che lavorate con la luce e con il tempo, con il volto e con il paesaggio, con la parola e con il silenzio. Papa San Paolo VI vi disse: «Se siete amici della vera arte, siete nostri amici», ricordando che «questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione» (Messaggio agli artisti al termine del Concilio Vaticano II, 8 dicembre 1965). Io desidero rinnovare quell’amicizia, perché il cinema è un laboratorio della speranza, un luogo dove l’uomo può tornare a guardare sé stesso e il proprio destino.

Forse dobbiamo ascoltare di nuovo le parole di un pioniere della settima arte, il grande David W. Griffith. Egli diceva: «What the modern movie lacks is beauty, the beauty of the moving wind in the trees». Come non pensare, ascoltando Griffith parlare del vento fra gli alberi, a quel passo del Vangelo di Giovanni: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (3,8). Cari antichi e nuovi maestri, fate del cinema un’arte dello Spirito.

La nostra epoca ha bisogno di testimoni di speranza, di bellezza, di verità: voi con il vostro lavoro artistico potete esserlo. Recuperare l’autenticità dell’immagine per salvaguardare e promuovere la dignità umana è nel potere del buon cinema e di chi ne è autore e protagonista. Non abbiate paura del confronto con le ferite del mondo. La violenza, la povertà, l’esilio, la solitudine, le dipendenze, le guerre dimenticate sono ferite che chiedono di essere viste e raccontate. Il grande cinema non sfrutta il dolore: lo accompagna, lo indaga. Questo hanno fatto tutti i grandi registi. Dare voce ai sentimenti complessi, contraddittori, talvolta oscuri che abitano il cuore dell’essere umano è un atto d’amore. L’arte non deve fuggire il mistero della fragilità: deve ascoltarlo, deve saper sostare davanti ad esso. Il cinema, senza essere didascalico, ha in sé, nelle sue forme autenticamente artistiche, la possibilità di educare lo sguardo.

Per concludere, la realizzazione di un film è un atto comunitario, un’opera corale in cui nessuno basta a sé stesso. Tutti conoscono e apprezzano la maestria del regista e la genialità degli attori, ma un’opera sarebbe impossibile senza la dedizione silenziosa di centinaia di altri professionisti: assistenti, runner, trovarobe, elettricisti, fonici, attrezzisti, truccatori, acconciatori, costumisti, location managercasting director, direttori della fotografia e delle musiche, sceneggiatori, montatori, addetti agli effetti, produttori… Spero di non lasciare fuori nessuno ma sono tanti! Ogni voce, ogni gesto, ogni competenza contribuisce a un’opera che può esistere solo nell’insieme.

In un’epoca di personalismi esasperati e contrapposti, ci mostrate come per fare un buon film è necessario impegnare i propri talenti. Ma ciascuno può far brillare il suo particolare carisma grazie ai doni e alle qualità di chi lavora accanto, in un clima collaborativo e fraterno.  Che il vostro cinema resti sempre un luogo d’incontro, una casa per chi cerca senso, un linguaggio di pace. Che non perda mai la capacità di stupire, continuando a mostrarci anche un solo frammento del mistero di Dio.

Il Signore benedica voi, il vostro lavoro e i vostri cari. E vi accompagni sempre nel pellegrinaggio creativo, perché possiate essere artigiani della speranza. Grazie.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI AL
"SEMINARIO DE ETICA EN EL
GERENCIAMIENTO DE EMPRESAS DEL SECTOR SALUD"

Sala Clementina
Lunedì, 17 novembre 2025

 

Se come individui e come società siamo chiamati a difendere attivamente l’inequivocabile dignità di ogni essere umano, in tutte le tappe e sfaccettature della sua esistenza, purtroppo, ciò non corrisponde sempre alla realtà. Strumenti tanto efficaci come l’intelligenza artificiale possono essere manipolati, addestrati, orientati affinché, per motivi di opportunità o interesse, siano essi economici, politici o di altra indole, si generi tale pregiudizio, a volte impercettibile, nell’informazione, nella gestione e nel modo in cui ci presentiamo o ci avviciniamo all’altro.

Le persone entreranno così in una perversa manipolazione che le classificherà in base ai trattamenti necessari e al loro costo, alla natura delle loro malattie, trasformandole in oggetti, in dati, in statistiche. Il modo per evitarlo penso consista nel cambiare il nostro sguardo, nel percepire il valore del bene con una visione ampia, nel guardare, se mi permettete, come guarda Dio, per non concentrarci sul profitto immediato, ma su ciò che sarà meglio per tutti, sapendo essere pazienti, generosi e solidali, creando legami e costruendo ponti, per lavorare in rete, per ottimizzare le risorse, affinché tutti possano sentirsi protagonisti e beneficiari del lavoro comune.

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO GLOBALE
DI THE ECONOMY OF FRANCESCO

[Centro Mariapoli di Castel Gandolfo (Roma), 28-30 novembre 2025]

 

Cari giovani,

nessuno più di voi è a contatto con le “cose nuove” su cui l’umanità gioca il proprio futuro. Per questo il vostro incontro mondiale è tanto prezioso e avviene in gremio Ecclesiae: non solo nel cuore, ma nel grembo di una Chiesa che con la grazia di Dio genera nella fede e nell’amore. The Economy of Francesco è l’espressione felice di un cammino che feconda il pensiero e l’iniziativa economica col seme del Vangelo, che San Francesco d’Assisi ha accolto sine glossa e di cui il nostro amato Papa Francesco ha testimoniato con tutte le sue forze la qualità trasformativa. Sì, care amiche e cari amici, il Vangelo trasfigura il lavoro umano e produce in noi cambiamenti con cui entra nel mondo la vita in abbondanza. Voi conoscete bene tutto questo, perché ad Assisi non avete soltanto sognato, ma avete incontrato persone e avviato progetti ispirati dal Vangelo e capaci di far fiorire anche il deserto.

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Carissimi, la rete di amicizia e di lavoro che voi rappresentate è un “no” alla rassegnazione. Voi potete sollecitare molti altri giovani a uscire dall’indifferenza o dal recinto degli obiettivi personali e di gruppo, per accogliere il Regno di Dio e la sua giustizia attraverso nuovi modi di amare il bene comune. Si tratta di riaccendere i sogni, di stimare la preghiera, lo studio e il lavoro, il pensare insieme, come vere e proprie energie di rinnovamento.

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DICEMBRE

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI ALLA CONFERENZA
“ARTIFICIAL INTELLIGENCE AND CARE
OF OUR COMMON HOME”
ORGANIZZATA DA FONDAZIONE
CENTESIMUS ANNUS PRO PONTIFICE
E STRATEGIC ALLIANCE OF CATHOLIC RESEARCH UNIVERSITY

Sala del Concistoro
Venerdì, 5 dicembre 2025

 

Come possiamo garantire che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale serva veramente per il bene comune, e non solo per concentrare ricchezza e potere nelle mani di pochi? Come certamente sapete, la merce più preziosa nei mercati oggi è proprio nel settore dell’intelligenza artificiale. Si tratta di una domanda urgente, in quanto questa tecnologia ha già un concreto impatto sulle vite di milioni di persone, ogni giorno e in ogni parte del mondo. Come ci ricorda la Dottrina Sociale della Chiesa e come emerge chiaramente dal lavoro interdisciplinare che state conducendo, affrontare questa sfida richiede di porsi una domanda ancora più radicale: cosa significa essere umani in quest’epoca?

L’essere umano è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, non semplice consumatore passivo di contenuti prodotti da una tecnologia artificiale. La nostra dignità risiede nella capacità di riflettere, di scegliere liberamente, di amare gratuitamente, di entrare in relazione autentica con l’altro. L’intelligenza artificiale ha certamente dischiuso nuovi orizzonti per la creatività, ma solleva anche domande preoccupanti circa le sue possibili ripercussioni sull’apertura dell’umanità alla verità e alla bellezza, sulla nostra capacità di stupirci e di contemplare. Riconoscere e rispettare ciò che caratterizza la persona umana e ne garantisce la crescita armoniosa è essenziale per impostare una cornice adeguata a gestire le implicazioni dell’intelligenza artificiale.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI MEMBRI DEL SISTEMA DI INFORMAZIONE
PER LA SICUREZZA DELLA REPUBBLICA

Aula della Benedizione
Venerdì, 12 dicembre 2025

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

Distinte Autorità,
fratelli e sorelle!

Desidero anzitutto manifestare il mio apprezzamento per il lavoro che svolgete, che richiede competenza, trasparenza e insieme riservatezza. Esso vi investe della grave responsabilità di monitorare costantemente i pericoli che potrebbero affacciarsi sulla vita della Nazione, per contribuire soprattutto alla tutela della pace. Si tratta di un lavoro impegnativo, che anche per la sua riservatezza spesso corre il rischio di essere strumentalizzato, ma che è di grande importanza per cogliere in anticipo eventuali scenari pericolosi per la vita della società.

Nel corso di questi cento anni tante cose sono cambiate, le capacità e gli strumenti si sono molto raffinati, così come sono aumentate e si sono diversificate le sfide che le nostre società sono chiamate ad affrontare. A questo proposito, vorrei esortarvi a svolgere il vostro lavoro, oltre che con professionalità, anche con uno sguardo etico che tenga conto almeno di due aspetti imprescindibili: il rispetto della dignità della persona umana l’etica della comunicazione.

Anzitutto, il rispetto della dignità della persona umana. L’attività di sicurezza non deve mai perdere di vista questa dimensione fondante e mai può venir meno al rispetto della dignità e dei diritti di ciascuno. In certe circostanze difficili, quando il bene comune da perseguire ci sembra più necessario di tutto il resto, si può correre il rischio di dimenticare questa esigenza etica e, perciò, non è sempre facile trovare un equilibrio. Come ha affermato la Commissione Europea per la democrazia attraverso il diritto, le agenzie di sicurezza spesso devono raccogliere informazioni sugli individui e, perciò incidono fortemente sui diritti individuali. [1]

È necessario allora che vi siano dei limiti stabiliti, secondo il criterio della dignità della persona, e che si resti vigilanti sulle tentazioni a cui un lavoro come il vostro vi espone. Fate in modo che le vostre azioni siano sempre proporzionate rispetto al bene comune da perseguire e che la tutela della sicurezza nazionale garantisca sempre e comunque i diritti delle persone, la loro vita privata e familiare, la libertà di coscienza e di informazioni, il diritto al giusto processo. In questo senso, occorre che le attività dei Servizi siano disciplinate dalle leggi, debitamente promulgate e pubblicate, che vengano sottoposte al controllo e alla vigilanza della magistratura e che i bilanci siano sottoposti a controlli pubblici e trasparenti.

Il secondo aspetto riguarda l’etica della comunicazione. Il mondo delle comunicazioni è notevolmente cambiato negli ultimi decenni e, oggi, la rivoluzione digitale è qualcosa che semplicemente fa parte della nostra vita e del nostro modo di scambiarci informazioni e di relazionarci. Inoltre, l’avvento di nuove e sempre più avanzate tecnologie ci offre maggiori possibilità ma, al tempo stesso, ci espone a continui pericoli. Lo scambio massiccio e continuo di informazioni chiede di vigilare con coscienza critica su alcune questioni di vitale importanza: la distinzione tra la verità e le fake news, l’esposizione indebita della vita privata, la manipolazione dei più fragili, la logica del ricatto, l’incitamento all’odio e alla violenza.

[...]

Infine, vorrei esprimere la mia riconoscenza per gli sforzi dei Servizi di intelligence italiani anche nel garantire la sicurezza della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. E qui vorrei esprimere una parola di gratitudine per la collaborazione con la Gendarmeria, con il Vaticano, la Santa Sede, in tanti servizi, dove veramente questa capacità e possibilità di servire gli altri si fa realtà grazie alla buona collaborazione con voi.

Vi incoraggio a portare avanti il vostro lavoro avendo sempre di mira il bene comune, imparando a valutare con giudizio ed equilibrio le diverse situazioni che si pongono davanti a voi e restando saldamente ancorati a quei principi giuridici ed etici che mettono al di sopra di tutto la dignità della persona umana.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI RAPPRESENTANTI DELL’ORDINE DEI CONSULENTI DEL LAVORO

Sala Clementina
Giovedì, 18 dicembre 2025

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti.

Sono lieto di incontrarvi in occasione dei sessant’anni dall’istituzione dell’Albo di categoria dell’Associazione Consulenti del Lavoro. Il vostro è un impegno prezioso e ricco di responsabilità, che richiede competenza e senso di giustizia. Vorrei richiamarne con voi tre aspetti che ritengo particolarmente importanti: la tutela della dignità della persona, la mediazione e la promozione della sicurezza.

Circa il primo, vorrei riprendere un’espressione che ho, per così dire, “ereditato” da Papa Francesco: «Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti» (Esort. ap. Dilexi te, 115). Queste parole ci ricordano che al centro di qualsiasi dinamica lavorativa non si devono mettere né il capitale, né le leggi di mercato, né il profitto, ma la persona, la famiglia e il loro bene, rispetto ai quali tutto il resto è funzionale. Tale centralità, costantemente affermata dalla Dottrina sociale della Chiesa (cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 3; 5), va tenuta ben presente in ogni programmazione e progettazione d’impresa, affinché lavoratori e lavoratrici siano riconosciuti nella loro dignità e ricevano risposte concrete alle loro esigenze reali.

Penso, ad esempio, alla necessità di venire incontro ai bisogni delle giovani famiglie, dei genitori che hanno figli piccoli, come anche all’importanza di aiutare chi, pur lavorando, deve prendersi cura di familiari anziani o malati. Si tratta di bisogni che nessuna società veramente civile può permettersi di dimenticare o trascurare, e voi avete modo di sostenere chi fatica ad affrontarli. Oggi, in un contesto in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale sempre più gestiscono e condizionano le nostre attività, è urgente impegnarsi affinché le aziende si connotino prima di tutto e soprattutto come comunità umane e fraterne.

Questo ci porta al secondo aspetto su cui vorrei riflettere: la mediazione. Nelle dinamiche aziendali, il vostro compito vi pone, in un certo senso, come cerniera di raccordo tra le figure dirigenziali e i dipendenti, rendendovi facilitatori di relazioni indispensabili sia per il buon funzionamento delle imprese che per il benessere di chi vi opera. Come consulenti del lavoro, gestite aspetti giuridici e amministrativi fondamentali per la vita dei lavoratori e delle loro famiglie, affiancandovi a imprese e dipendenti nella contrattualistica, in tema di assunzioni, di contributi e in molti altri adempimenti. In tale ruolo, due possono essere le tentazioni: da una parte, un’eccessiva burocratizzazione dei rapporti, dall’altra, la lontananza e il distacco dalla realtà. Entrambe sono dannose, perché alla lunga rendono invivibile l’ambiente dell’azienda impedendole di essere, secondo la sua vocazione più vera, una sinergia solidale (cfr Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium218-219).

Vi invito, perciò, a non vivere la vostra professione schiacciati sul versante datoriale, quasi che il resto sia meno importante. San Giovanni, nella sua Prima Lettera, scrive: «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?» (1Gv 3,17). Alla luce di queste parole, nel vostro farvi tramite nei rapporti tra le parti sociali, vi esorto a tenere sempre ben aperti gli occhi sulle persone che avete davanti, specialmente su chi è in difficoltà e ha meno possibilità di esprimere i propri bisogni e di far valere i propri interessi. Questo è un grande atto di giustizia e di carità.

Ma c’è ancora un ultimo tema su cui vorrei soffermarmi: la promozione della sicurezza. In proposito, a molto giova ciò che fate per la prevenzione degli infortuni attraverso la formazione e l’aggiornamento dei lavoratori. Si tratta di un servizio alla loro stessa vita. Purtroppo, ancora oggi, sono troppi gli incidenti e le “morti bianche” che si consumano nei luoghi di lavoro. Quelli che dovrebbero essere sempre spazi di vita – in cui le persone trascorrono ogni giorno molta parte del loro tempo e impiegano una grande porzione delle loro energie – frequentemente si trasformano in luoghi di morte e di desolazione. Per questo vorrei ricordarvi che «la sicurezza sul lavoro è come l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare, ed è sempre troppo tardi!» (Francesco, Discorso all’Associazione Nazionale Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro, 11 settembre 2023). Prevenire è meglio che curare, e a ciò mirano i vostri preziosi contributi formativi.

Cari amici, voi avete un compito importante. Vi incoraggio ad adempierlo con passione e dedizione, consapevoli che molti fratelli e sorelle contano sul vostro contributo per svolgere serenamente le loro attività lavorative. Vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di San Giuseppe, Patrono dei lavoratori, mentre su voi e sulle vostre famiglie imparto di cuore la benedizione apostolica. E a tutti porgo i migliori auguri per un Santo Natale.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
ALLA CURIA ROMANA PER GLI AUGURI NATALIZI

Aula della Benedizione
Lunedì, 22 dicembre 2025

 

Signori Cardinali,
venerati fratelli nell’episcopato e nel presbiterato,
cari fratelli e sorelle!

La luce del Natale ci viene incontro, invitandoci a riscoprire la novità che, dall’umile grotta di Betlemme, percorre la storia umana. Attratti da questa novità, che abbraccia l’intera creazione, camminiamo nella letizia e nella speranza, perché è nato per noi il Salvatore (cfr Lc 2,11): Dio si è fatto carne, è diventato nostro fratello e rimane per sempre il Dio-con-noi.

Con tale letizia nel cuore, e con senso di profonda gratitudine, possiamo guardare agli eventi che si susseguono, anche nella vita della Chiesa. Così, ormai quasi alla vigilia delle Feste natalizie, mentre saluto cordialmente tutti voi e ringrazio il Cardinale Decano per le sue parole – sempre piene di entusiasmo: oggi il Salmo ci dice che sono settanta i nostri anni, ottanta per i più robusti, e allora celebriamo anche con voi –, desidero anzitutto ricordare il mio amato predecessore Papa Francesco, che in questo anno ha concluso la sua vita terrena. La sua voce profetica, il suo stile pastorale e il suo ricco magistero hanno segnato il cammino della Chiesa di questi anni, incoraggiandoci soprattutto a rimettere al centro la misericordia di Dio, a dare maggiore impulso all’evangelizzazione, ad essere Chiesa lieta e gioiosa, accogliente verso tutti, attenta ai più poveri.

Proprio prendendo spunto dalla sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium, vorrei ritornare su due aspetti fondamentali della vita della Chiesa: la missione e la comunione.

La Chiesa è per sua natura estroversa, rivolta verso il mondo, missionaria. Essa ha ricevuto da Cristo il dono dello Spirito per portare a tutti la buona notizia dell’amore di Dio. Segno vivo di questo amore divino per l’umanità, la Chiesa esiste per invitare, chiamare, radunare al banchetto festoso che il Signore imbandisce per noi, perché ciascuno possa scoprirsi figlio amato, fratello del prossimo, uomo nuovo a immagine del Cristo e, perciò, testimone di verità, di giustizia e di pace.

Evangelii gaudium ci incoraggia a progredire nella trasformazione missionaria della Chiesa, che trova la sua inesauribile forza nel mandato di Cristo Risorto. «In questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria» (EG, 20). Tale stato di missione deriva dal fatto che Dio stesso, per primo, si è messo in cammino verso di noi e, nel Cristo, ci è venuto a cercare. La missione ha inizio nel cuore della Santissima Trinità: Dio, infatti, ha consacrato e inviato il Figlio nel mondo perché «chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Il primo grande “esodo”, dunque, è quello di Dio, che esce da sé stesso per venirci incontro. Il mistero del Natale ci annuncia proprio questo: la missione del Figlio consiste nella sua venuta nel mondo (cfr S. Agostino, La Trinità, IV, 20.28).

Così, la missione di Gesù sulla terra, prolungata nello Spirito Santo in quella della Chiesa, diventa criterio di discernimento per la nostra vita, per il nostro cammino di fede, per le prassi ecclesiali, come pure per il servizio che svolgiamo nella Curia Romana. Le strutture, infatti, non devono appesantire, rallentare la corsa del Vangelo o impedire il dinamismo dell’evangelizzazione; al contrario, dobbiamo «fare in modo che esse diventino tutte più missionarie» (Evangelii gaudium, 27).

Nello spirito della corresponsabilità battesimale, perciò, tutti siamo chiamati a partecipare alla missione di Cristo. Anche il lavoro della Curia dev’essere animato da questo spirito e promuovere la sollecitudine pastorale al servizio delle Chiese particolari e dei loro pastori. Abbiamo bisogno di una Curia Romana sempre più missionaria, dove le istituzioni, gli uffici e le mansioni siano pensati guardando alle grandi sfide ecclesiali, pastorali e sociali di oggi e non solo per garantire l’ordinaria amministrazione.

Allo stesso tempo, nella vita della Chiesa la missione è strettamente congiunta alla comunione. Il mistero del Natale, infatti, mentre celebra la missione del Figlio di Dio in mezzo a noi, ne contempla anche il fine: Dio ha riconciliato a sé il mondo per mezzo di Cristo (cfr 2Cor 5,19) e, in Lui, ci ha resi suoi figli. Il Natale ci ricorda che Gesù è venuto a rivelarci il vero volto di Dio come Padre, perché potessimo diventare tutti suoi figli e quindi fratelli e sorelle tra di noi. L’amore del Padre, che Gesù incarna e manifesta nei suoi gesti di liberazione e nella sua predicazione, ci rende capaci, nello Spirito Santo, di essere segno di una nuova umanità, non più fondata sulla logica dell’egoismo e dell’individualismo, ma sull’amore vicendevole e sulla solidarietà reciproca.

Questo è un compito quanto mai urgente ad intra e ad extra.

Lo è ad intra, perché la comunione nella Chiesa rimane sempre una sfida che ci chiama alla conversione. Talvolta, dietro un’apparente tranquillità, si agitano i fantasmi della divisione. E questi ci fanno cadere nella tentazione di oscillare tra due estremi opposti: uniformare tutto senza valorizzare le differenze o, al contrario, esasperare le diversità e i punti di vista piuttosto che cercare la comunione. Così, nelle relazioni interpersonali, nelle dinamiche interne agli uffici e ai ruoli, o trattando le tematiche che riguardano la fede, la liturgia, la morale o altro ancora, si rischia di cadere vittime della rigidità o dell’ideologia, con le contrapposizioni che ne conseguono.

Noi, però, siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo corpo. Siamo fratelli e sorelle in Lui. E in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: “In Illo uno unum”.

Siamo chiamati, anche e soprattutto qui nella Curia, ad essere costruttori della comunione di Cristo, che chiede di prendere forma in una Chiesa sinodale, dove tutti collaborano e cooperano alla medesima missione, ciascuno secondo il proprio carisma e il ruolo ricevuto. Ma questo si costruisce, più che con le parole e i documenti, mediante gesti e atteggiamenti concreti che devono manifestarsi nel nostro quotidiano, anche nell’ambito lavorativo. Mi piace ricordare quanto scriveva Sant’Agostino nella Lettera a Proba: «In tutte le cose umane nulla è caro all’uomo senza un amico». Egli però, si chiedeva con una punta di amarezza: «Ma quanti se ne trovano di così fedeli, da poterci fidare con sicurezza riguardo all’animo e alla condotta in questa vita?» (Lettera a Proba, 130, 2.4).

Questa amarezza a volte si fa strada anche tra di noi quando, magari dopo tanti anni spesi al servizio della Curia, notiamo con delusione che alcune dinamiche legate all’esercizio del potere, alla smania del primeggiare, alla cura dei propri interessi, stentano a cambiare. E ci si chiede: è possibile essere amici nella Curia Romana? Avere rapporti di amichevole fraternità? Nella fatica quotidiana, è bello quando troviamo amici di cui poterci fidare, quando cadono maschere e sotterfugi, quando le persone non vengono usate e scavalcate, quando ci si aiuta a vicenda, quando si riconosce a ciascuno il proprio valore e la propria competenza, evitando di generare insoddisfazioni e rancori. C’è una conversione personale che dobbiamo desiderare e perseguire, perché nelle nostre relazioni possa trasparire l’amore di Cristo che ci rende fratelli.

Questo diventa un segno anche ad extra, in un mondo ferito da discordie, violenze, conflitti, in cui assistiamo anche a una crescita di aggressività e di rabbia, non di rado strumentalizzate dal mondo digitale come dalla politica. Il Natale del Signore reca con sé il dono della pace e ci invita a diventarne segno profetico in un contesto umano e culturale troppo frammentato. Il lavoro della Curia e quello della Chiesa in generale va pensato anche in questo orizzonte ampio: non siamo piccoli giardinieri intenti a curare il proprio orto, ma siamo discepoli e testimoni del Regno di Dio, chiamati ad essere in Cristo lievito di fraternità universale, tra popoli diversi, religioni diverse, tra le donne e gli uomini di ogni lingua e cultura. E questo avviene se noi per primi viviamo come fratelli e facciamo brillare nel mondo la luce della comunione.

Carissimi, la missione e la comunione sono possibili se rimettiamo Cristo al centro. Il Giubileo di questo anno ci ha ricordato che solo Lui è la speranza che non viene meno. E, proprio durante l’Anno Santo, importanti ricorrenze ci hanno fatto ricordare altri due eventi: il Concilio di Nicea, che ci riconduce alle radici della nostra fede, e il Concilio Vaticano II, che fissando lo sguardo su Cristo ha consolidato la Chiesa e l’ha sospinta incontro al mondo, in ascolto delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini di oggi (cfr Gaudium et spes, 1).

Permettetemi infine di ricordare che cinquant’anni fa, nel giorno dell’Immacolata Concezione, veniva promulgata da San Paolo VI l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, scritta dopo la terza Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Essa sottolinea, tra l’altro, due realtà che qui possiamo richiamare: il fatto che «tutta la Chiesa riceve la missione di evangelizzare, e l’opera di ciascuno è importante per il tutto» (n. 15); e, allo stesso tempo, la convinzione che «la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione» (n. 41).

Ricordiamo questo, anche nel nostro servizio curiale: l’opera di ciascuno è importante per il tutto, e la testimonianza di una vita cristiana, che si esprime nella comunione, è il primo e più grande servizio che possiamo offrire.

Eminenze, Eccellenze, cari fratelli e sorelle, il Signore discende dal cielo e si abbassa verso di noi. Come scriveva Bonhoeffer, meditando sul mistero del Natale, «Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro. […] Dio ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto» (D. Bonhoeffer, Riconoscere Dio al centro della vita, Brescia 2004, 12). Possa il Signore donarci questa sua stessa condiscendenza, la sua stessa compassione, il suo amore, perché ne diventiamo discepoli e testimoni ogni giorno.

Auguro di cuore un Santo Natale a tutti voi. Che il Signore ci porti la sua luce e dia al mondo la pace!

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AUGURI DEI DIPENDENTI DELLA CURIA ROMANA,
DEL GOVERNATORATO SCV E DEL VICARIATO DI ROMA, CON I FAMILIARI

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Aula Paolo VI
Lunedì, 22 dicembre 2025

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

 

Cari fratelli e sorelle,

grazie del vostro caloroso saluto e soprattutto grazie di essere venuti a questo appuntamento natalizio. Come sapete per me è il primo, ed è la prima volta che vi incontro tutti insieme, anche con molti vostri familiari, e questo mi fa molto piacere!

Oggi non dobbiamo parlare di lavoro, però voglio approfittare di questa occasione per ringraziare ciascuno di voi per il lavoro che svolge. Sto imparando a conoscere il Vaticano come un grande mosaico di uffici e di servizi, e piano piano, con l’aiuto di Dio, penso che potrò anche incontrarvi visitando i vari ambienti di lavoro.

Ma oggi sono contento di questo momento familiare ormai quasi alla vigilia del Natale. Lo viviamo davanti al presepe, che in effetti è presente anche qui, in questa scena della Natività donata dal Costa Rica. Nel presepe, l’immaginazione popolare ha spesso inserito tante figure tratte dalla vita quotidiana, che popolano lo spazio intorno alla grotta. E così, oltre agli immancabili pastori, protagonisti dell’evento secondo il Vangelo, possiamo trovare le statuine che raffigurano diversi mestieri: il fabbro, l’oste, la locandiera, la lavandaia, l’arrotino, e così via. Naturalmente sono mestieri di una volta: alcuni di essi sono spariti oppure totalmente trasformati. Comunque mantengono il loro significato all’interno del presepe. Ci ricordano che tutte le nostre attività, le nostre occupazioni quotidiane acquistano il loro senso pieno nel disegno di Dio, che ha il suo centro in Gesù Cristo.

È come se Gesù Bambino, dalla mangiatoia dov’è adagiato, benedicesse tutto e tutti. La sua presenza mite e umile diffonde ovunque la tenerezza di Dio. Mentre Maria e Giuseppe adorano il Bambino e i pastori si avvicinano pieni di meraviglia, gli altri personaggi compiono i loro gesti quotidiani. Sembrano distaccati dall’avvenimento centrale, ma non è così: in realtà, ognuno vi partecipa proprio così com’è, stando al suo posto e facendo quello che deve fare, il suo mestiere. Mi piace pensare che possa essere così anche per noi, nelle nostre giornate lavorative: ciascuno di noi svolge il suo compito e diamo lode a Dio proprio facendolo bene, con impegno. A volte si è talmente presi dalle occupazioni che non si pensa al Signore o alla Chiesa, ma il fatto stesso di lavorare con dedizione, cercando di dare il meglio, e anche – per voi laici – con amore per la vostra famiglia, per i figli, questo dà gloria al Signore.

Carissimi, impariamo dal Natale di Gesù lo stile della semplicità, dell’umiltà e facciamo in modo, tutti insieme, che questo sia sempre più lo stile della Chiesa, in ogni sua espressione. Vi prego di portare il mio saluto anche ai vostri cari a casa; specialmente alle persone anziane o ammalate dite che il Papa prega per loro.

Vi auguro un santo Natale, nella letizia e nella serenità che Gesù ci dona. Grazie!